ENRIQUE VILA-MATAS LA VIDA DE LOS OTROS 
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Pignotti según Pignotti
Pignotti según Pignotti



Pignotti con Vila-Matas
Pignotti con Vila-Matas



Pignotti con Eugenio Montale
Pignotti con Eugenio Montale



Diario corale
Diario corale



Falasca & Sanguineti
Falasca & Sanguineti



Liverani
Liverani



Pignotti
Poesia visuale, Firenze 2014



Poesía militante de Pignotti pata la biennale polizziotta contro studenti ed artisti-1968
Poesía militante de Pignotti pata la biennale polizziotta contro studenti ed artisti, 1968



VILA-MATAS, SEGÚN PIGNOTTI.

LAMBERTO PIGNOTTI


Questo mondo fra i suoi molti difetti ne ha uno grossissimo: è poco divertente e alquanto prevedibile. C'è troppa furbizia e troppa poca genialità in giro.

Aumentano spaventosamente gli applicatori di formule, gli spacciatori dell'usato garantito e gli utenti del previsto.

In tale prospettiva non c'è che da tirare un sospiro di sollievo quando si incontra qualcuno che, come Enrique Vila-Matas, non difetta di fantasia.

Meglio sballare che restare lì con la carta coperta e il punteggio bassino.

Già, ma chi è Vila-Matas? I risvolti dei suoi libri ci informano che egli è nato a Barcellona nel 1948, che è autore di una vasta opera narrativa che include romanzi, racconti, articoli, saggi sperimentali e provocatori, molti dei quali tradotti in Italia da Feltrinelli, fra cui "Parigi non finisce mai", "Storia abbreviata

della letteratura portatile","Bartleby e compagnia","Kassel non invita alla logica".
Titoli di per sé già intriganti che invitano per esempio a domandarsi chi sia quel Bartleby e quella sua "compagnia", intenta, pare, a scrivere diari fatti di note a pie' di pagina a commento di un testo inesistente.

Una interpretazione maligna potrebbe far pensare in proposito alla letteratura contemporanea che tende in vari modi ad essere latitante, a mostrare la pagina bianca. Viene però da supporre che si tratti piuttosto di una preterizione. Ricordate Petrarca?: "Cesare taccio, che per ogni piaggia / fece l'erbe sanguigne/ di lor vene...". Certamente la preterizione si comporta nei confronti di personaggi e avvenimenti facendoli brillare per la propria assenza. L'assenza anzi diventa una presenza talvolta ingombrante come nel caso di "Bartleby e compagnia" di Vila- Matas, libro in cui l'autore indaga fra narrazione e saggio critico sulla cosiddetta sindrome di Bartleby che prende il nome dal famoso scrivano di Melville. Essa equivale al morbo, al male endemico della letteratura contemporanea. La pulsione negativa o l'attrazione per il nulla, secondo Vila-Matas, fa sì che certi creatori, pur avendo una coscienza letteraria molto esigente, o forse proprio per questo, finiscano per non scrivere nulla, oppure scrivano uno o due libri e poi rinuncino alla scrittura, oppure ancora, dopo aver avviato senza problemi un work in progress, si ritrovino un giorno letteralmente paralizzati per sempre.

I Bartleby si presentano con le più varie tipologie. Possono non scrivere affatto pur avendo il talento necessario, possono esordire e rinunciare presto alla scrittura come Rimbaud, Rulfo o Salinger, possono avere la tentazione di smettere di proseguire il loro lavoro.

I "compagni"di Bartleby risultano assai numerosi e Vila-Matas ne ricorda molti: il nostro secolo si apre con il testo paradigmatico di Hofmannsthal ("La lettera di Lord Chandos"è del 1902) , nel quale lo scrittore viennese promette invano di non scrivere mai più una sola riga. Frank Kafka non smette di alludere alla impossibilità essenziale della materia letteraria, soprattutto nei suoi "Diari".
André Gide costruì un personaggio che attraversa tutto un romanzo con l'intenzione di scrivere un libro che non scrive mai ("Paludi"). Robert Musil lodò e trasformò quasi in mito l'idea di un autore improduttivo ne "L'uomo senza qualità". Monsieur Teste, l'alter ego di Valery, non solo ha rinunciato a scrivere, ma ha anche scaraventato giù dalla finestra la sua biblioteca.

Wittgenstein pubblicò solo due libri, il celebre "Tractatus Logico-philosophicus" e un vocabolario rurale austriaco. In più di una occasione sottolineò la difficoltà che incontrava nell'esprimere le proprie idee.
Come nel caso di Kafka, il suo è un compendio di testi incompiuti, di bozzetti e progetti di libri che non pubblicò mai.

Alla lista si potrebbero aggiungere "Poème phonétique" di Man Ray del '24, "Obsoleto" romanzo di Vincenzo Agnetti del '68, "Libro dimenticato a memoria" di Giulio Paolini del '70... Gli esempi potrebbero continuare a piacimento: sono soltanto suggeriti, impostati, iniziati da Vila-Matas. Il resto può essere opera del lettore e verrebbe anzi da pensare che il suo intervento potrebbe estendersi anche fino a comprendere qualche gesto più attivo, come quello di intromettersi direttamente nel testo, di completarlo, modificarlo o alterarlo, disseminandolo di altri autori.

È una ipotesi limite che comunque almeno per motivi di ordine pubblico non auspichiamo. Limitiamoci invece al concetto di "lettura attiva" , di libro in cui il lettore è invitato a diventare attore.

Si può dire anche in base a ciò che l'opera di Vila-Matas offre in scala ridotta uno spaccato del mondo letterario di oggi con i suoi dati e i suoi costruiti. Un mondo da "vivere" magari non sempre nella posizione più comoda, Da starci dentro anche se non tutti interi, da esplorare con varie curiosità o repulsione, un mondo da agitare prima dell'uso in modo che il livello della logica e quello della fantasia si compenetrino, un mondo da modificare...

Se una chiave di lettura per la letteratura contemporanea può essere quella della preterizione, della presenza attraverso l'assenza, Vila-Matas sembra proporre per l'arte in corso un'altra figura retorica, quella dell' antinomia, del paradosso, della negazione dell'affermazione, esemplificata in quella cosa che l'autore definisce "mcguffin" e raccontata servendosi di una scenetta da treno.

"Potrebbe dirmi che cosa è quel pacchetto nella cappelliera giusto sopra la sua testa?", domanda un passeggero. E l'altro risponde: "Ma quello è un mcguffin". Il primo allora vuole sapere che cosa sia un mcguffin. E l'altro spiega: "Un mcguffin è un apparecchio per cacciare leoni in Germania". "Ma in Germania non ci sono leoni", dice il primo. "Allora quello lì non è un mcguffin", risponde l'altro.

Il mcguffin insomma è quell'espediente o quella suspense che permette alla vicenda di continuare, anche se non ha nulla a che fare con lo sviluppo successivo della storia. Nel libro "Kassel non invita alla logica " il mcguffin è uno strano invito fatto all'autore di trasformarsi in un'opera d'arte vivente durante il periodo in cui si svolge "Documenta", la nota mostra d'arte contemporanea che si svolge a Kassel. Il contesto è messo in atto tramite l'indiretta regia di Carolyn Christov-Bakargiev, celebrata e ipnotica curatrice della rassegna.

Quel soggiorno, intenso, complesso, delirante, vissuto interagendo con svariate esperienze sperimentali, confrontandosi con diversi artisti di avanguardia, quel soggiorno che dà vita a un diario che intreccia enigma, esaltazione, scetticismo, depressione e lucidità critica condurrà l'autore a vedere con altri occhi non solo l'arte ma il mondo

Ma che cosa può vedere oggi uno scrittore come Vila-Matas?

Oggi l'occhio, questo organo sensoriale usualmente impigrito e tendenzialmente passivo, preferendo tenere a bada ciò che lo circonda, è così abituato a non vedere o a stravedere, è talmente programmato a prevedere, che in non pochi casi si convince di aver visto anche senza aver esercitato effettivamente la sua funzione.

Non c'è quasi nulla di paradossale ad accorgersi che l'occhio quotidianamente fa in genere più riferimento a una "realtà virtuale" che a una "realtà naturale". E' in fondo per riconoscere quest'ultima che esso deve partire dalla supposizione che esista una sorta di repertorio della realtà allo stato potenziale e virtuale da mettere volta a volta in atto.

Se le necessità pratiche dell'individuo, l'andamento consueto delle cose, l'enciclopedia economica del sapere, le griglie dell'ordine sociale - in una parola la vita e l'abitudine - inducono l'occhio a guardare il pre-visto e il già visto, così come appare nella quotidianità, con la sostanziale conseguenza di fare a meno di guardare davvero, all'occhio che vuole esercitare la sua funzione si pone il problema di reagire all'abitudine.

A costo di essere abbagliato da visioni fuorvianti e illogiche."Kassel mi aveva contagiato creatività, entusiasmo, cortocircuiti nel linguaggio razionale, fascinazione in alcuni momenti e discontinuità che cercavano il significato nell'illogico per creare nuovi mondi", rileva Vila-Matas.

Tutte le volte che l'abitudine spinge a ficcare l'occhio addestrato al posto prestabilito, vale a dire "l'occhio giusto al posto giusto" in modo che lo sguardo risulti più o meno un mero riscontro della realtà, è opportuno domandarsi se non sia piuttosto il caso di "fissare l'occhio giusto al posto ingiusto", O magari di "ficcare l'occhio ingiusto al posto giusto". Ciò non per arrivare a costruire una visione distorta del mondo, ma per far sì che lo sguardo non si limiti a scivolare sulla realtà. In tal senso arte e realtà possono collimare, confluire in un processo vitale.

E' in fondo la conclusione di questo libro: "L'arte era qualcosa che mi stava succedendo, accadendo in quel momento stesso. E il mondo di nuovo sembrava inedito, mosso da un impulso invisibile. E tutto era così rilassante e stupendo che risultava impossibile smettere di guardare..."


(Texto de Lamberto Pignotti con motivo del 25 Premio Feronia-Citta di Fiano a Vila-Matas.)

* Lamberto Pignotti  (Florencia, 26 de abril de 1926) es un poeta italiano, uno de los padres de la poesía visual. En los años cuarenta comenzó la experimentación del arte verbo-visual. A mediados de la década de los cincuenta, inicia su actividad ensayística, centrada en la crítica militante y la actualidad cultural. Fue fundador con otros poetas, pintores, músicos y estudiosos del grupo '70  y también participó en el nacimiento del grupo '63.
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