ENRIQUE VILA-MATAS LA VIDA DE LOS OTROS 
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Vuillard

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VAGABONDO FELICE

ANGIOLA CODACCI PISANELLI


Che libro affascinante, Kassel non invita alla logica di Enrique Vila-Matas. E che voglia di leggere tutti i libri precedenti di questo autore, di passare un'estate intera con lui - o meglio con loro... E non solo perché quasi a ogni pagina si inciampa in frasi da antologia come quella che ho scelto per il quiz di questa settimana.

Vila-Matas passa una settimana a Kassel nel 2012, in occasione dell'ultima edizione di Documenta, una delle kermesse di arte contemporanea più importanti del mondo. A invitarlo è la curatrice, Carolyn Christov-Bakargiev, che gli affida un ruolo a metà tra l'artista e l'opera d'arte: deve essere se stesso - cioè uno scrittore -, deve fare ciò che si pensa faccia uno scrittore - cioè scrivere-; ma deve farlo in un orario stabilito e in un posto stabilito e improbabile, un ristorante cinese.

Da questo pretesto Vila-Matas parte per un doppio vagabondaggio: esteriore, tra le installazioni in mostra (This Variation di Tino Sehgal o Untilled di Pierre Huyghe). E interiore, nei meandri di una mente caratterizzata da una strana forma di depressione bipolare: «Da sette anni, di mattina generalmente mi sentivo felice e di pomeriggio, invece. venivo colto puntualmente da una forte angoscia che mi portava a figurarmi panorami neri e orribili». Un'oscillazione quotidiana che va avanti a ritmo costante, tanto che l'autore ci si è ormai abituato: ma che verrà messa alla prova dall'illogicità di Kassel. A tutto vantaggio dell'allegria, che grazie ai continui imprevisti  riconquisterà gli spazi della notte.

Il vagabondare dell'autore è tenuto insieme da diversi temi ricorrenti e spesso simmetrici. Il modello è quello degli sguardi nei disegni di Willam Kentridge (che a Documenta ha presentato Refusal of time). L'artista sudafricano indica il percorso dello sguardo dei suo personaggi con  linee intermittenti che sembrano fili d'imbastitura. Grazie a questa struttura solida ma non rigida Vila-Matas può toccare temi che è difficile affrontare in maniera concreta e avvincente: come la distanza tra ciò che si è e come si appare, tra arte e realtà, tra sincerità e finzione.

In fondo Vila-Matas aveva capito tutto già da bambino, come svela in un ricordo che arriva in una delle ultime pagine del libro: «A metà di un film avevo sentito suonare una campana ed ero rimasto a pensare se suonava nel film o veniva da fuori, dal campanile della chiesa del quartiere». È bastato il rintocco di una campana per incrinare la fiducia che il bambino aveva nel film nel quale fino a quel momento era totalmente immerso. Ma proprio da quella crepa passa - come la corrente d'aria vivificante dell'installazione Invisible Pull di Ryan Gander -  il filo dell'ispirazione.

*L´Espresso / Repubblica. 10 jun. 2015.


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