ENRIQUE VILA-MATAS LA VIDA DE LOS OTROS 
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Montano


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Pasavento


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CAVALIERE ERRANTE TRA SCRITTORI E LUOGHI.

FRANCO CORDELLI

Con Dottor Pasavento, ma anche con il precedente Il mal di Montano, Enrique Vila-Matas, nato a Barcellona nel 1948, non è più soltanto uno scrittore ossessivo e sofisticato, è un grande scrittore, uno dei maggiori, in ogni lingua. Che cosa è cambiato? In apparenza niente. Vila-Matas gira sempre intorno allo stesso punto. I suoi libri, che siano saggistici, memorialistici, romanzeschi o pseudo-romanzeschi, costituiscono un incessante variazione su tema. Tendo a supporre che negli scrittori nati dopo il 1950 - quelli intimiditi dalla parola realtà, e che perciò dicono di volersene avvolgere, o di volerne abbracciare quanta più possibile - la parola-chiave di Vila-Matas, letteratura, che della realtà sembra agli antipodi, possa provocare una diffidenza. Letteratura? Orrore! Vila-Matas ne è fasciato, non ne esce mai, non ne vuole uscire, della letteratura fa una bandiera, una ragione. I suoi temi sono tutti metaletterari, di derivazione borgesiana e, più radicalmente, di origine cervantina. In Il mal di Montano il tema è la malattia della letteratura: di essa ci si può ammalare fino a diventare agrafi (è una parola che non conoscevo). Questa malattia si configura come fatale trasformazione del diario in un romanzo; o come battaglia contro i nemici della letteratura: più pericolosi di tutti i critici, in specie i maledetti francesi, quei vivisezionatori del testo, quegli uomini che trattano i libri come bestie al macello; o come malattia della memoria: chi ci assicura che la nostra memoria sia proprio nostra e non quella di qualcun altro di cui abbiamo ascoltato o letto le gesta? Da questa eventualità discende il cruccio dell' identità. L' identità - quanto di più instabile, di più incerto. Essa può essere perduta, ritrovata, scambiata, moltiplicata. In Dottor Pasavento la questione si pone come conflitto tra sogno e realtà: sogno, cioè finzione. Quando la realtà avanza non v' è scampo se non nel duello che con essa s' intraprende. Ma il risultato è (o deve essere) sempre lo stesso: o l' assenza o la scomparsa, che sono più o meno la stessa cosa e implicano la medesima, salvifica solitudine. Si tratta, tuttavia, di sparire nel testo. Non si scrive per affermare il proprio io, la propria identità, semmai per negarla: ben attenti alle insidie (di vanità) che in tale proponimento si annidano. Si scrive, dice Vila-Matas, per scomparire. Il punto cruciale, nel nostro tempo pieno di libri, è tassativo: lo smascheramento della scrittura, o meglio «la disarticolazione del grande stile classico», fino a invidiare «lo smarrimento della ragione» che ne era il vettore, il fondamento. Di qui la devozione per scrittori come Kafka o per Robert Walser. In quanto a scrittori, che Vila-Matas nomina, incontra, suppone di vedere, di cui segue le tracce, di cui cerca le vestigia, il catalogo non sarebbe inferiore a quello di Don Giovanni. Vila-Matas ne è così intriso, ne è così perseguitato, che ne assume le sembianze, il nome, le movenze. Sempre egli si traveste da qualcun altro. Più spesso, e in modo specifico, da Robert Walser, la presenza costante del Dottor Pasavento (Pasavento, un nome artistico e metafisico: «Passa e ripassa il vento e passa il mondo, Pasavento, Pasamondo, Pasamonte, vagabondo, vaga il vento, vado sul monte, don Genis de Pasamonte...»). Ma in che senso Walser è protagonista del romanzo? Come ogni romanziere, Vila-Matas indossa i panni di qualcun altro, un personaggio: in Bartleby e compagnia di un impiegato, in Parigi non finisce mai di un giovane artista, in Il mal di Montano di un critico letterario, in Dottor Pasavento di uno psichiatra. Ma il suo modo di travestirsi è sempre più da grande moralista: egli, di travestirsi lo dichiara, tutti i giochi sono allo scoperto. Vila-Matas, o meglio il suo personaggio, non fa: immagina di fare, come fosse un cavaliere errante dei nomi e dei luoghi. È a Barcellona, cioè immagina di essere a Barcellona. Si trasferisce a Parigi, cioè immagina di prendere un aereo. Va a Napoli e dice di esserci stato da giovane e di tornarvi ora, da adulto (senza che noi si sappia se Vila-Matas da giovane visse a Napoli). Si reca sui luoghi in cui Walser trascorse gli ultimi anni della sua vita e noi non sappiamo se vi sia stato lui o se vi sia stato il personaggio che si è travestito da psichiatra. Negli ultimi romanzi si afferra come tutte le sue letterarie/letterali parole siano a maggior ragione postume, dunque di nuovo metaforiche - la letteratura come metafora della vita, della sua radice. A questa altezza la iperbolica home-fiction di Vila-Matas, che sembrava riservata ai soli letterati, ridiventa mainstream. Lo stile dello scrittore di Barcellona è più incalzante, più martellante e, perciò, più persuasivo, più filtrante. In esso non c' è nulla da interpretare, nulla da scoprire. Ha fatto tutto lui, lo scrittore critico di se stesso. Per renderne conto (per tenergli dietro) non restano che le metafore. Vila-Matas, io credo, è come un musicista minimalista. Cominciò vacillante, asperrimo, pieno di jazz, la sua tastiera somigliava a quella di Keith Jarrett. Ora i suoi cerchi sono perfetti, si allargano e, di rimando, si fanno più stringenti. Ora è più implacabile, è come il Philip Glass di Mishima; o più luminoso, come il Brian Eno di Apollo.


[Corriere della Sera. 19 febbraio 2009]

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